Un singolo smartphone può contenere fino a otto terre rare differenti. Ma sarebbe un errore considerarle soltanto ingredienti invisibili dei nostri telefoni.
Neodimio, disprosio, terbio, ittrio e gli altri elementi appartenenti alla famiglia delle terre rare stanno diventando una delle risorse strategiche della nuova economia tecnologica.
E con l’esplosione dell’Intelligenza Artificiale, il loro valore va ben oltre l’elettronica di consumo.
La competizione globale sull’AI viene infatti raccontata soprattutto come una corsa agli algoritmi, ai semiconduttori più avanzati e alla capacità di calcolo.
Ma dietro ogni modello di Intelligenza Artificiale esiste un’enorme infrastruttura fisica.
Ci sono data center, sistemi di alimentazione, impianti di raffreddamento, reti in fibra ottica, generatori, motori elettrici, dispositivi elettronici, robot e infrastrutture energetiche.
Ed è proprio all’interno di questa infrastruttura che entrano in gioco le terre rare.
La corsa all’Intelligenza Artificiale è quindi anche una corsa alle materie prime necessarie per costruire il mondo fisico che sostiene l’AI.
Che cosa sono le terre rare
Con il termine Rare Earth Elements, o REE, si identifica un gruppo di 17 elementi chimici:
Scandio, Ittrio e i 15 lantanoidi:
Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Promezio, Samario, Europio, Gadolinio, Terbio, Disprosio, Olmio, Erbio, Tulio, Itterbio e Lutezio.
Il termine “rare” può però essere fuorviante.
Molti di questi elementi non sono realmente rari nella crosta terrestre. Il problema è che tendono a essere presenti in concentrazioni relativamente basse e mescolati con altri minerali.
Separarli e raffinarli richiede quindi processi industriali complessi, costosi e potenzialmente molto impattanti dal punto di vista ambientale.
Ed è proprio qui che nasce il primo elemento strategico.
Possedere un giacimento non significa necessariamente controllare una filiera delle terre rare.
Il vero valore si concentra anche nella capacità di estrarre, separare, raffinare, trasformare il materiale in leghe e infine produrre componenti avanzati come i magneti permanenti.
Perché sono così importanti
Alcune terre rare possiedono proprietà magnetiche, ottiche e termiche difficilmente sostituibili.
Il neodimio, per esempio, è fondamentale nella produzione dei potentissimi magneti permanenti NdFeB.
Il praseodimio viene utilizzato insieme al neodimio in numerose leghe magnetiche.
Il disprosio e il terbio possono migliorare le prestazioni dei magneti alle alte temperature.
Il cerio viene utilizzato nella catalisi e nei processi di lucidatura di vetri e superfici tecnologiche.
L’ittrio trova applicazione nei LED, nei laser, nelle ceramiche avanzate e in numerose tecnologie mediche.
L’erbio, invece, ha un ruolo particolarmente interessante nelle telecomunicazioni e nelle infrastrutture in fibra ottica.
Le terre rare entrano così in una quantità sorprendente di settori:

smartphone, computer e televisori; motori elettrici; turbine eoliche; robot industriali; sistemi di telecomunicazione; apparecchiature medicali; tecnologie aerospaziali; radar e sistemi di difesa.
E ora anche nell’enorme ecosistema infrastrutturale necessario per sostenere l’Intelligenza Artificiale.
Il collegamento tra terre rare e AI
Quando utilizziamo ChatGPT o un altro sistema di Intelligenza Artificiale generativa, percepiamo l’AI come qualcosa di sostanzialmente immateriale.
Scriviamo una domanda e pochi secondi dopo arriva una risposta.
Dietro quella semplicità apparente esiste invece un’infrastruttura industriale gigantesca.
I grandi modelli vengono addestrati ed eseguiti all’interno di data center contenenti migliaia di acceleratori, server, sistemi di rete e apparati elettrici.
L’aumento della capacità di calcolo richiede contemporaneamente più elettricità, maggiori infrastrutture di distribuzione dell’energia e sistemi sempre più sofisticati per il raffreddamento e la movimentazione.
È quindi utile pensare alla catena dell’AI in questo modo:
AI → chip → server → data center → rete elettrica → produzione energetica → materiali critici.

Le terre rare entrano soprattutto negli ultimi livelli di questa catena.
L’International Energy Agency include esplicitamente i data center AI tra le applicazioni industriali sostenute dai magneti permanenti basati su neodimio, praseodimio, disprosio e terbio.
Ed è questo un passaggio fondamentale.
Più cresce l’Intelligenza Artificiale, più cresce la necessità di costruire infrastrutture fisiche capaci di alimentarla.
L’AI sta diventando un problema energetico
La nuova generazione dell’Intelligenza Artificiale non dipende soltanto dalla disponibilità di GPU.
Dipende dalla capacità di costruire interi ecosistemi energetici.
Per alimentare nuovi data center servono reti elettriche più robuste, generatori, turbine, trasformatori, sistemi di accumulo, impianti rinnovabili e apparecchiature industriali.
Molte di queste tecnologie utilizzano motori e generatori ad alte prestazioni nei quali i magneti permanenti basati sulle terre rare rappresentano una componente essenziale.
La stessa infrastruttura energetica necessaria alla transizione ecologica — turbine eoliche, veicoli elettrici, automazione industriale — si trova quindi a competere almeno in parte per materiali utilizzati dall’economia digitale.
La conseguenza è interessante.
La transizione energetica e la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale non sono due fenomeni separati. Convergono sulla stessa infrastruttura industriale e, in alcuni casi, sulle stesse materie prime.
Dai data center alla robotica
Esiste poi un secondo collegamento con l’AI che potrebbe diventare ancora più importante.
La prossima fase dell’Intelligenza Artificiale non riguarderà soltanto software e chatbot.
Riguarderà sempre di più sistemi capaci di interagire con il mondo fisico:
robot industriali, robot umanoidi, droni, veicoli autonomi, sistemi logistici automatizzati e macchine intelligenti.
In questo scenario il software AI rappresenta il cervello, ma motori, attuatori e sensori costituiscono il corpo.
E per costruire macchine compatte, potenti ed efficienti sono particolarmente importanti proprio i magneti permanenti ad alte prestazioni.
Questo significa che la competizione per la leadership nell’AI potrebbe progressivamente trasformarsi anche in una competizione per la robotica avanzata.
E quindi per i materiali necessari a produrla.
Il vero punto strategico: la Cina
Il problema principale delle terre rare non è però soltanto la loro disponibilità geologica.
È la concentrazione della loro filiera industriale.
Secondo l’International Energy Agency, nel 2024 la Cina rappresentava circa il 60% della produzione mineraria mondiale delle terre rare utilizzate nei magneti.
Ma andando lungo la catena del valore la concentrazione aumenta drasticamente.
La Cina rappresentava circa il 91% della produzione raffinata e addirittura circa il 94% della produzione mondiale di magneti permanenti sinterizzati.
È una distinzione fondamentale.
Una nazione può possedere terre rare nel sottosuolo ma essere comunque dipendente da un altro Paese per trasformarle in componenti industriali utilizzabili.
Il vero potere non deriva soltanto dal controllo delle miniere.
Deriva dal controllo dell’intera catena:
estrazione → separazione → raffinazione → metallurgia → leghe → magneti → componenti industriali.
È qui che la questione delle terre rare diventa geopolitica.
Il 2025 ha mostrato quanto questa dipendenza sia concreta
La vulnerabilità delle catene globali non è soltanto teorica.
Nell’aprile 2025 la Cina ha introdotto controlli alle esportazioni su sette terre rare pesanti, sui relativi composti e su alcuni magneti.
Secondo l’IEA, nei mesi immediatamente successivi le esportazioni sono diminuite fortemente, creando difficoltà di approvvigionamento ad aziende automobilistiche statunitensi ed europee e arrivando in alcuni casi a provocare riduzioni della produzione.
Nell’ottobre dello stesso anno Pechino ha annunciato controlli ancora più ampi, successivamente sospesi per un anno.
L’IEA ha stimato che una loro piena applicazione potrebbe mettere a rischio, nei Paesi al di fuori della Cina, attività industriali downstream per un valore nell’ordine di 6.500 miliardi di dollari all’anno.
La questione delle terre rare è quindi passata definitivamente da problema industriale a problema di sicurezza economica nazionale.
La nuova geopolitica dell’Intelligenza Artificiale
Per comprendere ciò che sta accadendo è utile allargare lo sguardo.
La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina si sta sviluppando contemporaneamente su più livelli.
Da una parte c’è il controllo delle tecnologie avanzate: GPU, semiconduttori, macchinari per la produzione dei chip, software e proprietà intellettuale.
Dall’altra parte esiste il controllo delle risorse fisiche necessarie all’industria tecnologica.
In altre parole:
chi controlla i chip può limitare l’accesso alla capacità di calcolo.
Chi controlla le materie prime può limitare la capacità di costruire l’infrastruttura che utilizza quella capacità di calcolo.
Sono due facce della stessa competizione.
Ed è per questo che terre rare e minerali critici stanno diventando una forma di potere geopolitico.
Non basta possedere il miglior modello AI
Immaginiamo una nazione capace di sviluppare modelli di Intelligenza Artificiale estremamente avanzati.
Per trasformare quella superiorità software in potere economico ha bisogno di costruire data center.
Per costruire data center ha bisogno di semiconduttori, infrastrutture di rete ed energia.
Per aumentare rapidamente la produzione di energia ha bisogno di turbine, generatori, sistemi di accumulo e reti elettriche.
Per portare l’AI nell’industria ha bisogno di robot, motori e sistemi automatizzati.
Per costruire molte di queste tecnologie ha bisogno di una catena affidabile di materiali critici.
Il vantaggio nell’AI rischia quindi di essere limitato se manca il controllo della sua supply chain fisica.
La sovranità digitale del futuro non potrà essere esclusivamente software.
Dovrà essere anche energetica, industriale e mineraria.
Europa: il problema della dipendenza
Questa prospettiva è particolarmente importante per l’Europa.
L’Unione Europea possiede eccellenze industriali, scientifiche e tecnologiche, ma rimane fortemente dipendente dall’estero per numerose materie prime critiche e per alcune fasi decisive della loro trasformazione.
È una vulnerabilità che Bruxelles ha ormai riconosciuto apertamente.
Il Critical Raw Materials Act punta entro il 2030 a sviluppare nell’Unione capacità equivalenti almeno al 10% del consumo annuale per l’estrazione, al 40% per la lavorazione e al 25% per il riciclo dei materiali strategici.
L’obiettivo è inoltre evitare che oltre il 65% del consumo europeo di ciascun materiale strategico in una fase rilevante della trasformazione dipenda da un singolo Paese terzo.
Non è soltanto una politica mineraria.
È una politica industriale.
E indirettamente è anche una politica sull’Intelligenza Artificiale.
Perché un’Europa che vuole costruire infrastrutture AI, robotica, industria 4.0, mobilità elettrica, difesa tecnologica ed energia rinnovabile deve necessariamente interrogarsi su chi controlla i materiali alla base di queste tecnologie.
La seconda miniera è già nelle nostre città
Esiste però una strada che potrebbe diventare particolarmente interessante per l’Europa: il recupero delle terre rare dai RAEE, i Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche.

Computer, smartphone, hard disk, apparecchiature industriali, motori, sistemi medicali ed elettronica contengono materiali che oggi vengono recuperati solo in parte.
Questi prodotti a fine vita possono essere considerati vere e proprie miniere urbane.
La sfida è tecnologicamente complessa.
Le concentrazioni sono ridotte, i materiali sono incorporati all’interno di componenti differenti e i processi di separazione devono diventare economicamente sostenibili.
Ma il potenziale strategico è enorme.
Secondo l’IEA, il riciclo potrebbe ridurre fino al 35% entro il 2050 la necessità di approvvigionamento primario di terre rare. L’Europa potrebbe trovarsi inoltre in una posizione particolarmente interessante grazie alla crescente quantità di magneti destinati a fine vita provenienti da turbine eoliche e veicoli elettrici.
Il RAEE smette così di essere soltanto un rifiuto.
Diventa una riserva strategica di materiali.
E c’è un paradosso interessante: l’AI può aiutare a trovare le materie prime dell’AI
Il rapporto tra AI e materiali critici funziona anche nella direzione opposta.
L’Intelligenza Artificiale può essere utilizzata per individuare nuovi giacimenti, analizzare dati geologici, ottimizzare processi estrattivi, migliorare la separazione dei materiali e persino progettare nuovi magneti che utilizzino quantità inferiori di elementi critici.
Negli Stati Uniti il Department of Energy sta già finanziando programmi che utilizzano AI, machine learning e sperimentazione ad alta velocità per scoprire nuove composizioni di magneti e migliorare l’individuazione delle risorse minerarie.
Si crea quindi un curioso circuito:
abbiamo bisogno di materiali critici per costruire l’infrastruttura dell’AI, ma possiamo utilizzare l’AI per ridurre la nostra dipendenza da quegli stessi materiali.
È probabilmente una delle aree di ricerca industriale più interessanti dei prossimi anni.
Dall’oro nero ai materiali dell’era digitale
Nel XX secolo buona parte della geopolitica mondiale ha ruotato intorno al petrolio.
Controllare l’energia significava controllare una parte fondamentale della capacità industriale, militare ed economica di un Paese.
Nel XXI secolo il quadro è più complesso.
Petrolio e gas rimangono strategici, ma si sono aggiunte nuove risorse:
litio, rame, cobalto, grafite, gallio, germanio e terre rare.
Non esiste un singolo “petrolio dell’era digitale”.
Esiste piuttosto un portafoglio di materiali critici sui quali poggiano semiconduttori, reti elettriche, batterie, robotica, telecomunicazioni, difesa e infrastrutture AI.
Ed è proprio la concentrazione geografica delle loro catene produttive a trasformarli in strumenti di potere.
La vera battaglia dell’AI si combatte anche sottoterra
Quando parliamo della corsa globale all’Intelligenza Artificiale tendiamo a guardare alle aziende che sviluppano i modelli più avanzati.
OpenAI, Google, Anthropic, Meta, xAI e i grandi produttori di semiconduttori occupano inevitabilmente il centro dell’attenzione.
Ma esiste un livello più profondo della competizione tecnologica.
È quello delle infrastrutture.
Chi possiede la capacità di calcolo.
Chi produce i semiconduttori.
Chi dispone dell’energia.
Chi costruisce data center e robot.
Chi controlla le reti di telecomunicazione.
E, ancora più a monte, chi possiede e soprattutto chi sa trasformare i materiali necessari a costruire tutte queste tecnologie.
Per questo le terre rare sono diventate strategiche proprio adesso.
Non perché improvvisamente siano diventate più rare.
Ma perché il mondo sta entrando contemporaneamente nell’era dell’AI, dell’elettrificazione, della robotica e della transizione energetica.
Quattro rivoluzioni che stanno convergendo sulla stessa infrastruttura industriale.
La prossima grande competizione tecnologica mondiale potrebbe quindi non essere decisa soltanto nei laboratori di ricerca o nei data center.
Una parte della battaglia per il controllo dell’Intelligenza Artificiale si sta già combattendo nelle miniere, negli impianti di raffinazione e nei centri di riciclo dei materiali che renderanno possibile il mondo digitale del futuro.